La decisione di scrivere il mio libro, di aprire il cuore e raccontare la mia storia, è nata da un desiderio profondo: condividere un percorso.
Non solo raccontare la mia esperienza personale con l’infertilità e la fecondazione assistita, vissuta sulla mia pelle, ma unire quella voce a quella della professionista che ogni giorno accompagna altre donne e altre coppie lungo la stessa strada.
Perché il mio sguardo su questo viaggio nasce da due prospettive diverse ma profondamente intrecciate: quella della donna che conosce l’attesa, la paura, la speranza e la fragilità di un percorso di infertilità, e quella del medico che conosce la scienza che c’è dietro quel percorso, che può spiegare, eseguire e consigliare le procedure, accompagnando le coppie non solo con empatia, ma anche con competenza e consapevolezza.
Desideravo che quelle pagine potessero diventare una mano tesa. Un piccolo conforto. Un modo per dire: “Non sei sola. Qualcuno conosce quel dolore, quelle paure, quelle attese. E qualcuno può aiutarti a comprendere la strada che stai percorrendo”.
Qualche giorno fa, in studio, è arrivata una paziente.
Una ragazza dolce, timida, con quello sguardo di chi porta dentro tante parole ma non sa bene da dove iniziare.
Si è seduta davanti a me e mi ha detto:
“Dottoressa, io sono qui grazie al suo libro”.
Poi dalla borsa ha tirato fuori una copia. Non una copia nuova, perfetta, appena comprata. Una copia vissuta. Con i segni di un libro aperto tante volte, letto e riletto.
Mi ha raccontato quanto quelle pagine fossero state importanti per lei e per suo marito. Di come li avessero aiutati a fare pace con la diagnosi di infertilità, a ritrovarsi, a sostenersi reciprocamente in un momento in cui spesso il dolore rischia di allontanare invece che unire.
Mi ha ringraziata per averlo scritto.
E poi ha iniziato a raccontarmi di sé.
Non era venuta perché voleva iniziare un percorso di fecondazione assistita con me: era già seguita in un altro centro.
Era venuta perché cercava una figura che potesse esserle accanto in modo diverso. Qualcuno capace di prenderle la mano e ascoltare le sue paure, ma anche di aiutarla a capire ciò che stava vivendo: tradurre termini, esami, procedure e possibilità terapeutiche in qualcosa di meno spaventoso e più comprensibile.
Io, dall’altra parte della scrivania, sono rimasta con gli occhi lucidi e il cuore pieno.
In questi mesi tante persone mi hanno detto parole meravigliose sul mio libro. Mi hanno fatto complimenti, mi hanno ringraziata, mi hanno raccontato cosa avevano provato leggendolo.
Ma spesso erano persone che conoscevo, direttamente o indirettamente. Persone arrivate a me attraverso qualcuno.
Lei no.
Lei era una ragazza che non avevo mai incontrato prima. Una persona completamente estranea che mi ha raccontato di aver trovato il mio libro cercando risposte, suggerito persino dall’intelligenza artificiale.
E in quel momento ho capito.
Era esattamente questo che speravo accadesse quando ho deciso di scrivere.
Che la mia storia potesse viaggiare anche lontano da me.
Che potesse arrivare nelle mani di qualcuno nel momento in cui ne aveva bisogno.
Che anche una sola donna, una sola coppia, potesse trovare tra quelle righe un piccolo sollievo, una frase in cui riconoscersi, la sensazione di essere capita.
Ma anche la possibilità di sentirsi accompagnata da qualcuno che conosce quel viaggio in tutte le sue sfumature: quelle del cuore e quelle della medicina.
Perché a volte il messaggio più importante è semplicemente:
“Non sei sola. Io so cosa stai provando. E posso aiutarti a capire il cammino che hai davanti”.
Quel giorno è stata lei a ringraziare me per aver scritto quelle pagine.
Ma in realtà sono stata io a ringraziare lei.
Per avermi ricordato il motivo per cui le ho scritte.
