La magia del solstizio d’estate

Ho sempre amato il solstizio d’estate, il 21 giugno, per la magia che racchiude.

È il giorno più lungo dell’anno, quello in cui la luce sembra non voler lasciare spazio alla notte. Secondo alcune antiche tradizioni popolari, proprio questa abbondanza di luce sarebbe capace di favorire la fertilità della terra e degli esseri viventi.

Esistono poi racconti ancora più affascinanti, legati alle fate e ai mondi invisibili. Si narra che, durante il solstizio, il confine tra il nostro mondo e il loro diventi così sottile da permettere, almeno per qualche istante, di intravedersi.

Forse avevo proprio queste storie in mente quando, la sera prima, dopo aver terminato il mio turno di guardia in ospedale, decisi di andare a dormire nella mia casa in campagna.

Arrivai con il buio della notte . Appena varcato il grosso cancello che lentamente si apriva sul mio angolo di paradiso, la pace di quel luogo mi avvolse, come accade ogni volta. Ma quella notte aveva qualcosa di particolare.

Da uno degli alberi arrivava chiaro e melodioso il canto di un usignolo. L’aria era limpida e rarefatta, così pura che il profumo del tiglio in fiore si diffondeva ovunque ed entrava dalla finestra in camera da letto. Affacciandomi nel parco, vidi decine di piccole luci accendersi e spegnersi sopra il prato e tra i cespugli: erano le lucciole, minuscole presenze luminose sospese nell’oscurità.

Sembrava davvero che il confine tra la realtà e la magia fosse diventato più sottile.

La mattina seguente mi svegliai lentamente…era il 21 giugno, il giorno più lungo dell’anno…avevo tempo. Appena alzata, mi ricordai subito del compleanno di Chiara.

Chiara compiva undici anni. È la figlia di Federica, una mia paziente che aveva attraversato un lungo e difficile percorso di infertilità, culminato in un’ovodonazione grazie alla quale era nata lei.

Ogni anno Federica mi invia un messaggio e una fotografia della piccola, che cresce meravigliosa. Questa volta, però, fui io a ricordarmene per prima.

Le scrissi per fare gli auguri alla nostra piccola principessa, o come la chiamo io ‘la mia fatina del solstizio’. Poi chiusi il telefono e mi preparai la colazione.

Poco dopo arrivò un nuovo messaggio, da un numero che non riconoscevo.

Era Martina, una giovane donna che si era rivolta a me per un problema di infertilità secondaria. Desiderava avere un secondo figlio, dopo la prima nata da un lotto di blastocisti che aveva ottenuto da un precedente ciclo di stimolazione ovarica e pick up ovocitario. Mi era stata inviata da una collega. Scongelammo una delle rimanenti blastocisti del gruppo e al primo tentativo eravamo riusciti a ottenere la gravidanza.

Nel messaggio mi ringraziava e mi mostrava la sua bambina, venuta al mondo il giorno precedente.

Non avevo seguito personalmente la gravidanza, ma vedere quella piccola neonata mi fece sorridere. Non tanto per la soddisfazione di un successo professionale, quanto per la consapevolezza di avere contribuito a rendere felice un’altra famiglia e ad aiutarla a crescere.

Chiusi nuovamente il telefono.

Passarono pochi minuti e arrivò un altro messaggio. Questa volta era un video.

Era il video di Simona e suo marito

Anche loro avevano affrontato insieme a me un lungo percorso di infertilità. Eravamo partiti da una semplice inseminazione per arrivare, nel tempo, all’ovodonazione. Erano sempre rimasti convinti e motivati, senza perdere la speranza, anche quando ogni nuovo tentativo portava con sé un’attesa carica di paure e il desiderio che fosse finalmente quello giusto.

E questa volta lo era stato.

Il video, però, non mostrava un valore positivo delle beta hCG o il risultato di un’analisi. Era il filmato di una festa con tutta la famiglia, il classico gender reveal.

Tra un’esplosione di palloncini che si alzavano verso il cielo, ciò che colpì maggiormente il mio sguardo non fu il colore che annunciava il sesso del bambino.

Fu l’esplosione di felicità dei due ragazzi.

Le loro urla di gioia e commozione. I loro occhi increduli. Ma soprattutto il modo in cui si stringevano l’uno all’altra, come se in quell’abbraccio fossero racchiusi tutti gli anni trascorsi ad aspettare, a sperare, a ricominciare e, finalmente, a riuscire.

Mi avevano inviato quel video per condividere con me la loro felicità e per ringraziarmi.

Eppure, ogni volta che ricevo messaggi come questi, sento che sono io a dover ringraziare loro, le mie coppie.

Per avermi permesso di accompagnarli in una parte tanto intima e delicata della loro vita. Per aver condiviso con me non soltanto le paure, le attese e le delusioni, ma anche il momento in cui la speranza si trasforma finalmente in realtà.

Forse non era stato un caso che tutti quei messaggi fossero arrivati proprio la mattina del solstizio d’estate.

La notte precedente avevo osservato le lucciole accendersi nel prato, immaginando che potessero essere piccoli segnali provenienti da un mondo invisibile. Al mattino, altre luci avevano raggiunto me: il sorriso bambina di 11 anni; il volto di una neonata appena venuta al mondo; la gioia incontenibile di due futuri genitori.

Piccoli miracoli arrivati uno dopo l’altro, nel giorno in cui la luce dura più a lungo.

E allora ho pensato che forse le antiche leggende non si sbagliavano del tutto. Forse, nel giorno del solstizio, il confine tra il mondo reale e quello della magia diventa davvero più sottile.

Perché la gratificazione più profonda del mio lavoro non si trova soltanto in un esame positivo o nella riuscita di una procedura. È poter leggere negli occhi delle mie pazienti la gioia della vita che, dopo tanta attesa, finalmente nasce dentro di loro.

E quella mattina mi sembrò che la magia esistesse davvero.

Non soltanto nel canto degli usignoli, nel profumo del tiglio o nelle lucciole che illuminavano il prato, ma in tutte quelle vite che avevano trovato la strada per venire al mondo.

A cominciare, undici anni prima, dalla mia piccola fatina del solstizio

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