La scorsa settimana mi è sembrato di attraversare tutte le età della vita in pochi giorni, come se qualcuno avesse deciso di farmi percorrere, tappa dopo tappa, il cammino intero dell’esistenza.
Dall’inizio invisibile di tutto, fino alla sua forma più compiuta.
È cominciato in una sala di PMA, nel silenzio concentrato che accompagna sempre il momento del transfer embrionario.
Ero con una mia cara paziente. Un gesto che ho fatto centinaia di volte, e che ogni volta resta diverso.
L’embrione viene depositato nell’utero, un passaggio minuscolo, quasi impercettibile. Poi, come sempre, prendo la sonda per controllare che tutto sia andato bene.
Sul monitor compare quel piccolo punto bianco.
La goccia di liquido che contiene l’embrione.
Di solito si intravede appena, un riflesso fugace, qualcosa che devi sapere riconoscere.
Quella volta no.
Era perfettamente visibile. Nitida. Definita.
Una goccia luminosa sospesa dentro l’utero, come se la vita avesse voluto mostrarsi senza timidezza, per un attimo, prima di tornare segreta.
Ho pensato:
ecco, è così che comincia tutto.
Con una goccia.
Il giorno dopo ero in ambulatorio per un’altra ecografia.
Diciassette settimane, gravidanza gemellare.
Appena appoggio la sonda, lo schermo si riempie di meraviglia.
Due camere gestazionali, una sopra l’altra, separate dalla sottile membrana dei sacchi amniotici.
Nella camera inferiore, la femminuccia.
Sdraiata di schiena, tranquilla, come se dormisse.
In quella superiore, il maschietto.
Disteso sopra di lei, rivolto verso il basso, come se la stesse guardando.
A un certo punto muove una manina, e la posa contro la membrana.
Picchietta.
Una, due volte.
Per un attimo mi è sembrato che volesse chiamarla.
In quell’istante ho pensato al mistero che esiste solo tra i gemelli.
Una vita condivisa prima ancora di nascere.
Una vicinanza che nessun altro essere umano conoscerà mai.
Due giorni dopo, un’altra scena.
Questa volta non sul monitor, ma davanti a me.
Cruda, potente, reale.
Sala parto.
Una donna in travaglio da ore, stremata.
È in posizione a carponi, sudata, disperata.
— Non ce la faccio più… non ce la faccio…
Lo dice con quella voce che hanno solo le donne quando sono al limite.
Quando pensano di non avere più forza.
Poi arriva una spinta.
E la testolina comincia ad affiorare.
Le dico, quasi senza pensarci:
— Vuoi toccarla?
Non sempre lo fanno.
Molte hanno paura.
Molte non vogliono.
Lei invece dice subito sì.
Allunga la mano sotto di sé, incerta, tremante…
e la sfiora.
In quell’istante succede qualcosa che non avevo mai visto così chiaramente.
Il suo viso cambia.
Si illumina.
Come se qualcuno avesse acceso una luce dall’interno.
La stanchezza sparisce.
La disperazione si scioglie.
Diventa forza.
Diventa gioia.
Con due spinte potenti, piene, quasi furiose, porta al mondo suo figlio.
Il miracolo della vita che nasce.
Pensavo che la settimana fosse finita lì.
Che avessi già visto tutto.
E invece no.
Due giorni dopo, in ambulatorio, entra una signora accompagnata dalla nipote.
Piccola, elegante, con passo lento ma sicuro.
— Ha solo un ginocchio un po’ malandato, dottoressa — mi dice la ragazza sorridendo.
La signora si siede davanti a me, perfettamente lucida, perfettamente presente.
Parliamo.
Mi racconta che vive da sola.
Che legge.
Che cucina.
Che esce ancora.
Nessun problema di memoria.
Nessun disturbo cognitivo.
Nessuna vera malattia.
Allora le chiedo:
— Mi dica, signora, cosa la porta da me?
Lei mi guarda, con un’espressione serena, quasi divertita.
— Sono venuta, dottoressa… semplicemente per il mio controllo annuale di prevenzione.
Controllo annuale.
Novantadue anni.
Resto in silenzio per qualche secondo.
Perché in quel momento capisco che il miracolo non è solo nascere.
Non è solo crescere.
Non è solo partorire.
Il miracolo è attraversare tutto.
Arrivare fino in fondo.
Con la mente chiara.
Con la dignità intatta.
Con la vita ancora dentro.
Quella settimana ho visto la vita in tutte le sue forme.
Una goccia.
Due cuori che crescono insieme.
Un bambino che nasce tra le mani di sua madre.
Una donna di novantadue anni che continua a prendersi cura di sé.
E ho pensato che sì.
La vita è davvero un miracolo.
Dall’inizio alla fine.
