
Novembre 2024. Il viaggio in Islanda è stato, per me, molto più di un viaggio. È stato un passaggio. Un confine attraversato. Era la prima volta fuori dall’Italia con Emma.
Emma, mia nipote, figlia di mia sorella Deborah.
Emma, il mio orgoglio più silenzioso e più potente.

Atterriamo all’aeroporto internazionale di Keflavík in una luce che non è luce.
È novembre, e il giorno qui è una promessa breve, quasi timida.
Saliamo su un autobus diretto a Reykjavík.
Il viaggio comincia in silenzio, come se anche noi dovessimo ancora adattarci a questa terra.
Alla nostra destra scorre il campo di lava di Reykjanes, nero, ruvido, immobile.
Il vulcano Keilir si staglia all’orizzonte come una presenza antica, quasi vigile.
Alla nostra sinistra, l’oceano Atlantico si muove lento, profondo, scuro.
Emma guarda fuori dal finestrino.
Io guardo lei.
E penso che questo viaggio è già iniziato prima di partire.
Arriviamo a Reykjavík che è già buio.
Lasciamo le valigie in albergo e usciamo subito, avvolte nel freddo, alla ricerca di un ristorante. Le luci della città sono calde, intime, quasi raccolte contro il vento.
Ci fermiamo all’Islenski Barinn, dall’atmosfera tipica e accogliente. Scegliamo qualcosa di caldo. Il Gratineraður plokkfiskurè è un tradizionale stufato di pesce islandese, un vero comfort food nato come ricetta di recupero per avanzi di merluzzo (o eglefino) e patate. È un piatto cremoso a base di pesce sminuzzato, patate lesse, cipolle, burro e besciamella servito caldo con pane di segale
Ceniamo piano, senza fretta, con quella stanchezza buona che arriva quando qualcosa di importante sta per iniziare.
Torniamo in albergo.
Dormiamo.
E fuori, la notte continua.

La mattina dopo, alle 9, il nostro autista è già li. Ma il cielo è ancora completamente nero. In Islanda, a metà novembre, il sole sorge intorno alle 10:30 del mattino e tramonta già verso le 16:00. Quattro, forse cinque ore di luce. Il resto è crepuscolo e poi notte. Una notte lunga, che non pesa… ma avvolge.

Il nostro viaggio inizia con il Golden Circle.
La prima tappa è il Parco Nazionale di Thingvellir.
Camminiamo in un luogo che è insieme storia e geologia.
Qui, per secoli, i capi vichinghi si riunivano per decidere leggi e destini. Il suo nome Thingvellir deriva dalla parola Thingvǫllr, da Thing («assemblea», «parlamento») e vǫllr («pianura»), a significare proprio «pianura del parlamento».
Qui infatti è nato l’Althingi, uno dei primi, (se non il primo) parlamenti del mondo. L’Althing si riuniva una volta l’anno nei pressi di un emiciclo lavico delimitato da due dirupi rocciosi paralleli.
Ma ciò che mi colpisce davvero è la terra. Ci troviamo su una frattura dovuta alla deriva dei continenti, che può essere chiaramente riconosciuta nelle gole e nelle faglie che attraversano la regione; la più grande di esse, chiamata Almanaggjà è un vero e proprio canyon.
Le placche tettoniche si separano lentamente, creando fenditure profonde.
Fratture visibili.
Ferite della terra.
Puoi stare con un piede in Europa e uno in America.
E io penso a quanto sia sottile, a volte, la linea tra ciò che tiene insieme e ciò che divide.



Proseguiamo verso l’area geotermica di Haukadalur. Il terreno qui respira. Bolle. Sbuffa.
Geysir dorme, ma accanto a lui Strokkur è vivo.
Ogni pochi minuti, la pressione sale…
poi, all’improvviso, esplode. Un getto d’acqua calda si alza nel cielo, potente, preciso.
Emma ride, sorpresa ogni volta come fosse la prima. Io la guardo e penso che anche il corpo umano, a volte, funziona così.
Accumula. Resiste. E poi cede.


Gullfoss, letteralmente “cascata d’oro” per la luce dorata che riflettono le sue acqua al tramonto, arriva con il suo rumore prima ancora di mostrarsi. È una cascata che non si guarda soltanto.
Si sente.
E’ la più famosa d’Islanda composta da due terrazze, la prima più in alto con un salto di 11 metri e la seconda di 20 metri, ancora una volta esempio della peculiare geografia del territorio i cui strati di durezza diversa subiscono fenomeni di erosione in maniera diversa.
Milioni di litri d’acqua si gettano in un burrone profondo, creando una nebbia sottile che resta sospesa nell’aria. Sembra infinita.
Sembra inarrestabile.

L’ultima tappa è il cratere di Kerid.
Rosso, verde, blu.
Colori che sembrano dipinti. Scendiamo fino al lago, dentro la caldera.
Camminiamo lentamente. È strano pensare che tutto questo sia nato da un’esplosione.
Che la bellezza possa avere origine nella rottura.


Il secondo giorno seguiamo la costa meridionale.
Attraversiamo paesaggi che cambiano continuamente:
campi, villaggi, oceano, montagne. In lontananza si intravedono le isole Vestmannaeyjar.
E poi, come una presenza silenziosa, il vulcano Hekla…noto dai tempi del Medioevo come “La porta dell’Inferno”.


Seljalandsfoss appare da lontano, elegante, sottile, con il suo salto di circa 60 metri che un tempo era la costa del paese..
Ma prima arriviamo a Gljúfrabúi.
Una cascata nascosta, racchiusa in una grotta.
Entriamo quasi in punta di piedi. L’acqua cade davanti a noi, vicinissima.
Il suono riempie tutto. È come entrare dentro qualcosa di segreto.
Torniamo indietro e decidiamo di salire lungo il sentiero a gradini che porta più vicino, quasi dietro Seljalandsfoss.
Il terreno è umido, il rumore sempre più forte.
E poi, all’improvviso, una folata di vento. Ci colpisce senza preavviso, portando con sé una massa d’acqua gelida.
In un attimo siamo completamente bagnate. Le giacche, i capelli, il viso.
Tutto. Restiamo ferme, a ridere e tremare insieme.
Inzuppate. Vive.

Poi Skógafoss.
Potente. Diretta. Perfetta nella sua semplicità. Situata su un salto che in altri tempi era una scogliera; oggi invece il mare dista circa 2 km.
La leggenda vuole che un tesoro nascosto sia stato lasciato dietro la cascata da un antico guerriero vichingo. Secondo la storia, una volta che il tesoro sarà trovato, il mondo finirà.
Ci avviciniamo, ma già da lontano sentiamo il vento cambiare.
Più freddo. Più tagliente.
Quando arriviamo sotto la cascata, il pulviscolo d’acqua ci investe in pieno.
Le gocce si mescolano al vento gelido e ci colpiscono il viso come aghi.
In pochi istanti succede qualcosa di incredibile: le sciarpe che abbiamo indosso iniziano a irrigidirsi. L’acqua si congela quasi subito, trasformando il tessuto in qualcosa di rigido, freddo, vivo.
Ridiamo, ma è una risata trattenuta tra i brividi.
Il freddo è reale. Intenso.
E Skógafoss non è più solo una cascata.
È un’esperienza che ti entra nella pelle.



Reynisfjara è l’ultima tappa del giorno.
Una spiaggia di sabbia nera. Enormi onde che si infrangono violentemente sul bagnasciuga una dopo l’altra.
Rocce che emergono dal mare come sentinelle.
Le colonne di basalto della parete rocciosa al lato della spiaggia sembrano un organo scolpito nella scogliera. E il vento soffia forte.
Qui tutto è essenziale. Crudo. Vero.



All’alba del giorno successivo siamo in viaggio alla volta della Diamond Beach, dove la spiaggia sembra appartenere a un altro pianeta.
Sulla sabbia nera, vellutata e lucida, sono sparsi ovunque frammenti di iceberg arrivati dal vicino ghiacciaio, come se il mare avesse disseminato sulla riva una manciata di diamanti giganti.

Ma ciò che più sorprende è che il ghiaccio, sotto la luce tenue del sole islandese, non resta mai uguale a se stesso.
Sciogliendosi lentamente, cambia forma di continuo.
Alcuni iceberg diventano torri trasparenti, altri sembrano animali fantastici, altri ancora assumono contorni morbidi e sinuosi, quasi scolpiti da una mano invisibile.
In alcuni punti l’acqua scava cavità nel ghiaccio, creando buchi perfetti, finestre di cristallo, piccoli oblò naturali affacciati sul mondo.



Emma torna bambina — o forse semplicemente resta quella parte di sé che sa ancora meravigliarsi.
Si arrampica agile su alcuni blocchi di ghiaccio, li cavalca, li usa come piccoli scivoli improvvisati, lasciandosi andare con una risata limpida che riempie quell’immenso silenzio bianco e nero.
Io la guardo e sorrido.
Poi troviamo uno di quegli iceberg traforati dall’acqua, una specie di cornice di ghiaccio blu trasparente.
Ci affacciamo entrambe da quel foro, una accanto all’altra, strette in quel piccolo cerchio di ghiaccio millenario.


Ridiamo.
Ridiamo davvero, con quella leggerezza rara che arriva solo quando si è completamente dentro un momento.
E ci scattiamo fotografie. Non semplici foto di viaggio, ma istantanee di felicità pura
La tappa successiva ci porta fuori dalla strada battuta e saliamo a bordo di una jeep 4×4, dirette verso il cuore più selvaggio dell’Islanda.
Il mezzo avanza deciso su un terreno aspro e sconnesso, attraversando piste di ghiaia vulcanica, rocce scure e piccoli corsi d’acqua gelida che scorrono tra la terra nera come vene d’argento.
Intorno a noi il paesaggio è severo, quasi lunare: essenziale, immenso, primitivo.
Davanti, ai piedi di una montagna di ghiaccio e roccia, la jeep si ferma.
Da lì comincia il cammino.


Un breve trekking, ma in quell’aria sottile e pungente ogni passo ha il sapore dell’avventura.
Il gruppo si mette in fila dietro la guida, seguendo il sentiero che sale tra pietre, ghiaccio e silenzio.

Ed è lì che Emma sorprende tutti.
È la più piccola del gruppo, eppure non arretra di un passo. Non resta indietro. Non chiede pause. Con la naturalezza disarmante di chi ha dentro un’energia limpida e indomita, si porta subito in testa, subito dietro la guida… anzi, quasi accanto a lui, tenendone il ritmo con facilità, come se quel paesaggio duro e magnifico tirasse fuori la sua parte più forte.
Io la guardo da dietro, orgogliosa. Piccola figura in mezzo all’immensità islandese, ma con una presenza grande, piena, luminosa.
La nostra meta è nascosta là davanti: la grotta di ghiaccio blu.


E quando finalmente arriviamo, sembra di entrare in un sogno.
Nel ventre del ghiacciaio, la luce attraversa il ghiaccio millenario tingendolo di un azzurro profondo, puro, quasi irreale.
Le pareti brillano come cristallo vivo; ogni curva, ogni venatura racconta il lento respiro del tempo.
La grotta di ghiaccio blu è uno dei miracoli più affascinanti della natura islandese.
Si forma ogni inverno nel cuore del ghiacciaio Vatnajökull, quando l’acqua di disgelo penetra nelle profondità del ghiaccio e, con il gelo intenso, ricongela lentamente, compattandosi sotto un peso immenso.
La pressione elimina l’aria intrappolata nel ghiaccio, rendendolo puro e trasparente.
Quando la luce lo attraversa, tutte le tonalità calde vengono assorbite e resta solo un colore: un blu intenso, profondo, quasi irreale, come se il ghiaccio brillasse dall’interno.

È un luogo che sembra custodire il silenzio del mondo.
Ed Emma, che fino a poco prima correva tra rocce e vento con il passo sicuro di un’esploratrice, ora resta immobile, con gli occhi spalancati davanti a quella meraviglia blu.
Ma la cosa più affascinante è un’altra: nessuna grotta è per sempre.
Ogni anno il ghiacciaio si muove, si spacca, si scioglie e si ricompone.
Le grotte cambiano forma, si trasformano, scompaiono.
Quella che hai davanti potrebbe non esistere più l’inverno successivo.
È un’opera d’arte naturale, unica e irripetibile.


Mentre la giornata si conclude e ci dirigiamo verso il nostro hotel lungo la strada compare quasi all’improvviso una piccola chiesa da fiaba: Hofskirkja. Con il suo tetto ricoperto d’erba verde, sembra più nata dalla terra che costruita dall’uomo, come se fosse cresciuta lentamente dal paesaggio islandese invece di esservi stata appoggiata.
Queste antiche chiese di torba venivano costruite così per proteggersi dal freddo e dal vento: la terra diventava isolamento, il prato sul tetto parte viva dell’edificio.
Poi attraversiamo Eldhraun, un campo di lava vasto e silenzioso e il paesaggio si fa più spoglio. Essenziale.


Prima di fermarci per cena facciamo la nostra ultima tappa della giornata. Arrivando a Vík í Mýrdal, lo sguardo viene subito catturato dalla sua piccola chiesa bianca dal tetto rosso, Víkurkirkja, posata in cima a una collina come una sentinella silenziosa affacciata sul mare.
Da lassù il panorama è straordinario:
la costa nera si distende all’infinito, l’oceano Atlantico si infrange potente sulla riva e, in lontananza, emergono dal mare i faraglioni scuri di Reynisdrangar, misteriosi e solenni.
La chiesa, semplice e raccolta, sembra un punto fermo in mezzo a una natura immensa e selvaggia.
C’è qualcosa di profondamente poetico in quel piccolo edificio bianco che guarda l’oceano:
come se fosse lì a ricordare che, anche nei luoghi più estremi, l’uomo cerca sempre un posto da cui guardare l’infinito.
E poi quella notte succede, complice il sole presente durante tutta la giornata appena trascorsa. Il cielo è limpido. Nessuna nuvola. Siamo in camera, sdraiate sul letto, a parlare piano.
All’improvviso Emma si ferma. “Jessi… guarda.” Io mi volto.
Fuori dalla finestra, nel cielo, qualcosa si muove. All’inizio è appena percettibile.
Una striscia chiara, timida. Poi cresce. Si apre. Danza.
È l’aurora boreale.


L’albergo poco dopo ci avvisa, ma Emma l’aveva già vista. Prima di tutti. Ci vestiamo in fretta, quasi correndo. Usciamo nello spiazzo. Il freddo è pungente, ma non lo sentiamo.
Guardiamo il cielo. E restiamo lì. In silenzio.

La mattina dopo inizia il nostro viaggio di rientro a Reykjavík ma la nostra ultima notte li è diversa. Passeggiamo sul lungomare costeggiando la baia. La città è quieta.
Ci fermiamo davanti alla scultura Solfar (Sun Voyager), una delle opere più simboliche del Paese. Realizzata dall’artista islandese Jón Gunnar Árnason, non rappresenta realmente una balena, anche se a prima vista può ricordarne lo scheletro.
L’idea dell’artista era quella di creare una barca dei sogni, una nave vichinga stilizzata capace di evocare viaggio, scoperta, speranza e libertà. ll nome Sólfar significa infatti “Viaggiatore del Sole” o “Nave del Sole”.

È come un’imbarcazione immaginaria rivolta verso l’orizzonte, simbolo del desiderio umano di andare oltre, di cercare nuovi mondi — fuori di sé e dentro di sé. Guardandola davanti al mare immobile di Reykjavík, si ha la sensazione che non stia ferma: sembra pronta a salpare in qualsiasi momento, portando con sé sogni, ricordi e desideri.
Le sue linee nude, aperte al cielo e al mare, sembrano voler salpare verso qualcosa di sconosciuto. Di notte, con il silenzio del porto e l’acqua immobile davanti, acquista un fascino ancora più intenso: non sembra più soltanto un’opera d’arte, ma un ponte tra terra, mare e infinito.
Forse è questo che la rende così speciale: non racconta un luogo dove arrivare…ma il coraggio di partire.

Intorno c’è silenzio. Il mare nella laguna di fronte a noi è fermo. Immobile. Piatto, senza neanche un’increspatura.
Emma si avvicina al bordo, guarda l’acqua, poi si gira verso di me. “Jessi… restiamo qui ad ascoltare il silenzio di questo mare.”E allora restiamo. Senza parlare.
Perché a volte, dopo un viaggio così,non c’è niente da raccontare. Solo da sentire.

Emma non è solo mia nipote.
Emma è una storia che conosco dall’inizio.
Dal dolore. Dalla diagnosi. Dalla paura.
Dalla speranza che si costruisce piano, con rigore, con scienza… e con amore.
È una storia che ho attraversato due volte: come medico e come donna.
Ho diagnosticato a mia sorella un’endometriosi severa. Profonda. Dolorosa. Invisibile.
Proprio come la mia.
E poi l’ho accompagnata.
Dalla terapia… alla stimolazione… fino a quel momento sospeso e sacro in cui ho trasferito quell’embrione nel suo utero.
Emma, prima di essere un nome, è stata un punto bianco su uno schermo. Una possibilità.
Una goccia di vita. E nove mesi dopo… l’ho presa tra le mie mani.
La prima persona al mondo a toccarla.
Per questo, portarla in Islanda non è stato solo un viaggio.
È stato un ritorno. A tutto ciò che siamo state per arrivare fin lì.

L’Islanda è un paradosso: una terra che sembra immobile, fredda, silenziosa…
eppure vive sopra un cuore che ribolle. Sotto la superficie, il fuoco è sempre lì:
invisibile, instancabile, capace di cambiare la geografia.
E mentre camminavo tra ghiaccio e vento, guardando Emma muoversi leggera accanto a me, ho pensato che non poteva esserci luogo più giusto. Perché l’Islanda somiglia all’endometriosi.
Chi guarda l’Islanda da lontano vede soprattutto il bianco:
distese glaciali, vento, brina, cieli lividi. E chi guarda una donna con endometriosi, spesso, vede la stessa cosa: una normalità apparente.
Nessuna febbre. Nessuna ferita evidente. Nessun segno esterno che giustifichi quel dolore. E allora arriva, puntuale, la frase più crudele: “Ma non si vede niente.” Come se il dolore dovesse essere spettacolare per essere credibile.
Ma io lo so cosa c’è sotto. Lo so come medico. E lo so come donna.
L’Islanda poggia sulla dorsale medio-atlantica: due placche che si separano lentamente, e proprio lì sale magma.
L’endometriosi è simile: non è una presenza passiva. È un movimento. È attività. È trasformazione continua. È un tessuto che cresce dove non dovrebbe, che risponde agli ormoni, che sanguina, che infiamma.
E quell’infiammazione può essere silenziosa. Quotidiana. Progressiva. Non sempre è un dolore violento. A volte è peggio: è un dolore che non smette mai.
Il magma non è sempre eruzione. A volte è calore costante, sotterraneo. Ti consuma senza farsi vedere.
Poi, però, l’Islanda erutta. E l’endometriosi fa lo stesso.Ci sono giorni in cui il corpo si ferma e dice: “Oggi no.” Il dolore cambia forma: diventa crampo, lama, peso, nausea, stanchezza feroce.
E mentre fuori continui a funzionare — lavoro, responsabilità, vita —
dentro succede qualcosa di incontrollabile. L’esterno resta composto. Ma dentro si rompe qualcosa.
Ricordo i geyser. Emma che aspetta, incuriosita. Io che so già cosa sta per succedere. La pressione sale… sale… e poi esplode.
E penso che il corpo, con l’endometriosi, fa la stessa cosa. Accumula. Trattiene. E poi cede. Ciclicamente. Ti illude ogni volta: “Forse è passata.” E invece era solo una pausa.
In Islanda, dopo un’eruzione, la lava si solidifica. Non torna indietro. Non cancella. Diventa paesaggio.
Anche nell’endometriosi, con il tempo, il dolore cambia natura. Non è più solo dolore. Diventa struttura. Aderenze. Rigidità. Dolore con i rapporti sessuali. Coinvolgimento intestinale, vescicale.
Infertilità.
E soprattutto: la memoria del dolore. La paura che ritorni.
Eppure, mentre camminavo tra quella terra dura, nera, scolpita, Emma rideva. Rideva con quella leggerezza che appartiene solo a chi è nato dopo la tempesta.
E lì ho capito una cosa. Che l’Islanda non è solo ghiaccio e fuoco. È anche luce.
Perché poi arriva l’aurora. Arriva senza chiedere permesso. Nel buio. Quando meno te lo aspetti.E illumina tutto. Non cancella il freddo. Non spegne il vulcano. Ma trasforma il modo in cui li guardi.
L’endometriosi è Islanda. È una terra difficile. A volte inospitale. Spesso fraintesa.
Ma dentro quella terra, se resisti, se attraversi, se resti…c’è una bellezza che non è perfetta, ma è vera.
E mentre guardavo Emma, ho pensato che forse il senso di tutto era lì. Che dal dolore può nascere qualcosa che lo supera. Non lo cancella. Ma lo trascende.
Emma è la mia aurora boreale. La prova che anche sotto il ghiaccio più duro, il fuoco può creare vita.

L’Endometriosi è una malattia ginecologica cronica in cui un tessuto molto simile a quello che normalmente riveste l’interno dell’utero — l’endometrio — cresce fuori dalla sua sede naturale.
Invece di trovarsi solo dentro l’utero, questo tessuto può localizzarsi:
- sulle ovaie
- sulle tube
- sul peritoneo (la membrana che riveste l’addome)
- dietro l’utero
- tra vagina e retto
- talvolta anche su intestino, vescica o, più raramente, in altre sedi
Il problema è che questo tessuto “si comporta” come l’endometrio uterino:
ogni mese risponde agli ormoni, si ispessisce, può sanguinare e creare infiammazione.
Ma, essendo fuori posto, quel sangue e quell’infiammazione non hanno una via di uscita.
E così, nel tempo, possono provocare:
- dolore mestruale molto forte e che peggiora (dismenorrea secondaria)
- dolore durante i rapporti (dispareunia)
- gonfiore addominale
- dolore intestinale o urinario, soprattutto durante la mestruazione
- stanchezza cronica
- cisti ovariche (endometriomi)
- aderenze interne
- talvolta difficoltà a concepire (infertilità)
La cosa più difficile da capire è che spesso non si vede da fuori.
Una donna può sembrare perfettamente bene… e dentro avere un’infiammazione continua, silenziosa e dolorosa.
Per spiegarla in modo semplice, io la descriverei così:
L’endometriosi è come avere un piccolo fuoco acceso dentro il corpo, in posti dove non dovrebbe esserci.
A volte brucia piano, sotto traccia.
A volte divampa e fa molto male.
Ma se resta acceso a lungo, può lasciare cicatrici.
Ecco perché diagnosi precoce e cura sono così importanti.
La diagnosi dell’Endometriosi parte dall’ascolto dei sintomi — dolore mestruale intenso, dolore ai rapporti, disturbi intestinali/urinari ciclici, infertilità — e si basa soprattutto su:
- visita ginecologica
- ecografia transvaginale esperta (spesso l’esame più utile)
- in casi selezionati risonanza magnetica
- talvolta laparoscopia, quando serve conferma istologica o trattamento chirurgico
La cura dipende da età, sintomi e desiderio di gravidanza:
- terapia ormonale per “mettere a riposo” la malattia (pillola continua, progestinici, analoghi del GnRH)
- antidolorifici/antinfiammatori per controllare il dolore
- chirurgia laparoscopica nei casi severi o quando ci sono cisti, noduli profondi o interessamento di intestino/vescica
- se c’è desiderio di gravidanza e infertilità, può essere indicata la procreazione medicalmente assistita
In breve:
diagnosticarla significa riconoscerla; curarla significa spegnere l’infiammazione, controllare il dolore e preservare fertilità e qualità di vita.
