I canali del Veneto e di Venezia. Vie d’acqua e vie della vita: le tube di Falloppio… le vie invisibili della fertilità

Il Veneto è entrato nella mia vita nel 2006.
All’inizio era solo lavoro.
Una settimana al mese, un viaggio programmato, una valigia sempre pronta, l’agenda piena di appuntamenti.

Per quasi vent’anni ho attraversato questa regione con la stessa precisione con cui si segue un protocollo:
ospedale, ambulatori di infertilità, visite ginecologiche, ecografie, controlli.
Duecento pazienti a settimana.
Duecento storie, duecento attese, duecento possibilità.

Era un lavoro metodico, intenso, a volte faticoso, ma profondamente mio.
In quelle giornate lunghe e perfettamente organizzate sentivo di essere esattamente dove dovevo essere: medico, completamente medico.

Eppure, senza che me ne accorgessi, il Veneto ha smesso di essere solo il luogo dove lavoravo.
È diventato il luogo dove tornavo. Una seconda casa senza averla cercata.


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Con il tempo, i viaggi non erano più soltanto spostamenti.
Erano abitudini, volti familiari, piccoli riti.

L’agriturismo La Prediletta di Orietta e Paolo è diventato il mio punto fermo.
Non era un albergo.
Era il posto dove arrivavo stanca e sapevo che qualcuno mi avrebbe chiesto com’era andata la giornata come si chiede a una di famiglia.

Le figlie Alice e Giada che crescevano anno dopo anno.
Le chiacchiere dopo cena.
Le serate in cui la fatica si scioglieva in un bicchiere di vino.

Poi sono arrivate le amicizie nate quasi per caso, ma rimaste negli anni.
Eva, Silvia.
Quelle amicizie che non hanno bisogno di essere spiegate, perché nascono dentro la vita vera, quella fatta di giornate piene e di poche ore libere ma condivise.

Le cene a Oderzo, al Gattole da Simone, dove il tempo rallenta e il lavoro resta fuori dalla porta.
Le degustazioni di vino, che in Veneto non sono mai solo degustazioni, ma racconti di terra, di stagioni, di pazienza.

E poi la collaborazione con l’associazione Amiche per la Pelle, donne accanto alle donne, l’umanizzazione delle cure per chi affronta un tumore al seno.
Un altro modo di essere medico.
Un altro modo di essere donna.
Un’esperienza che mi ha ricordato che la medicina non è solo tecnica, ma presenza, ascolto, umanità.

In quegli anni ho capito che si può appartenere a un luogo anche senza averci vissuto davvero.
Il Veneto, per me, è diventato questo:
un luogo dove la professionalità non ha cancellato la relazione, ma l’ha resa più vera.

E poi c’è Venezia.

Non quella delle folle. Non quella delle fotografie obbligate. La mia Venezia è fuori stagione. Quando l’aria è più sottile. Quando le calli sono quasi vuote e i passi risuonano sotto i portici. Venezia è il luogo dove, dopo una settimana di duecento volti, posso tornare al mio.

Cammino lungo i canali, osservo l’acqua che si muove senza fretta, come se avesse qualcosa da dirmi
Mi perdo volutamente tra le calle strette, senza meta precisa, perché per una volta non devo sapere dove sto andando..
Mi fermo sui ponti senza guardare l’ora.

La sera, quando riesco, entro in uno dei piccoli teatri veneziani.
Mi siedo in silenzio e ascolto musica barocca, musica veneziana, violini che riempiono lo spazio con una bellezza antica e precisa.

In quei momenti non sono più solo un medico.
Non sono più agenda, protocolli, percentuali, diagnosi.

Sono una persona che osserva, ascolta, ricorda.

Sono solo presenza.

A Venezia tutto dipende dall’acqua. I canali non sono solo paesaggio, sono vie di passaggio, collegamenti indispensabili, percorsi che permettono agli incontri di avvenire.

Se un canale si restringe, se si ostruisce, se l’acqua non scorre più, la città cambia equilibrio.

Non sempre ce ne si accorge subito, ma qualcosa smette di funzionare.

Con gli anni, forse deformazione professionale, ho iniziato a vedere in questa città una somiglianza sorprendente con l’anatomia che incontro ogni giorno nel mio lavoro di ginecologa.

Anche nella fertilità esiste un sistema di canali sottilissimi, indispensabili perché l’incontro tra ovocita e spermatozoo possa avvenire.

Sono le tube di Falloppio.

E quando questi canali si restringono, si chiudono o si danneggiano, non succede nulla di visibile dall’esterno.

Ma per chi desidera un figlio, cambia completamente la direzione del viaggio.

Le cause di patologia tubarica possono essere diverse.

In alcuni casi, più rari, si tratta di anomalie congenite: le tube possono essere assenti fin dalla nascita, oppure malformate, come se quel canale non fosse mai stato costruito del tutto.

Altre volte il danno arriva nel corso della vita, per esempio dopo una gravidanza extrauterina, quando per salvaguardare la salute della donna si rende necessario intervenire chirurgicamente, fino alla possibile asportazione di una tuba o di entrambe (salpingectomia mono o bilaterale). In questi casi il passaggio viene interrotto in modo definitivo, come un canale che non può più essere riaperto.

Ma nella pratica clinica, la causa più frequente è un’altra, ed è anche la più subdola: l’infiammazione pelvica, la cosiddetta PID (Pelvic Inflammatory Disease).

Sono infezioni che a volte danno sintomi evidenti, altre volte passano quasi inosservate, ma possono lasciare conseguenze profonde. L’infiammazione può danneggiare l’interno delle tube, alterandone i delicati meccanismi di trasporto, oppure creare aderenze all’esterno, come se intorno al canale si formassero corde e cicatrici che lo tirano, lo deformano, lo chiudono.

Nei casi più gravi il danno tubarico diventa irreversibile, e l’unica soluzione può essere la rimozione della tuba o delle tube.

È un momento difficile da spiegare alle pazienti, perché non si tratta solo di un intervento chirurgico: è la consapevolezza che quel passaggio naturale non sarà più percorribile, e che per cercare una gravidanza sarà necessario cambiare strada.

Con il termine di PID, o malattia infiammatoria pelvica, vengono indicate tutta una serie di infezioni che interessano gli organi genitali pelvici, principalmente tube ed ovaie, che si manifestano sotto forma di semplici processi infiammatori fino ad arrivare alla formazione di ascessi e nei casi più gravi di peritoniti.

Colpiscono soprattutto donne in eta’ fertile e le cause principali sono i germi trasmessi con i rapporti sessuali (tra i più importanti la Chlamydia, i Micoplasmi ed i Gonococchi), che dalla vagina risalgono nell’utero e si diffondono nelle tube. Queste ultime possono essere danneggiate fino all’occlusione completa e perdere la capacità di raccogliere e trasportare la cellula uovo dall’ovaio, con conseguente impossibilità di fecondazione; qualora la fecondazione avvenisse, potrebbe essere alterato il meccanismo di trasporto dell’embrione, che si forma al loro interno, il quale, anziché arrivare ad annidarsi nell’utero, attecchisce all’interno della tuba creando il temibile quadro di una gravidanza extrauterina.

A volte i germi possono arrivare fino all’ovaio, lasciando intatte le tube, e danneggiare la riserva delle cellule uovo con conseguenti alterazioni del processo dell’ovulazione fino a quadri di menopausa precoce.

Infine un’altra forma non trascurabile di PID è la peritonite dovuta sempre agli stessi germi che provengono dalle vie genitali ma anche da appendiciti gravi: le conseguenze sono la formazione di aderenze che coinvolgendo tube ed ovaie ne alterano la normale anatomia e funzionalità.

Tutte le forme di PID, nei casi acuti, si possono manifestare con dolori addominali, febbre, dolore durante i rapporti sessuali e perdite vaginali, ma in molti casi, soprattutto quando dovute a Chlamydia, possono essere asintomatiche e manifestarsi direttamente con occlusione tubarica e successiva sterilità.

Pertanto è fondamentale riuscire a fare prevenzione mediante una diagnosi precoce dell’infezione ed un inizio tempestivo di un’adeguata terapia antibiotica.

Per anni ho pensato che il mio lavoro fosse soltanto curare. Poi ho capito che avevo bisogno anche di raccontare. Raccontare le storie che incontravo ogni giorno. Raccontare le donne che vedevo passare nei miei ambulatori. Raccontare i viaggi, i luoghi, le attese, le perdite, le speranze. Il Veneto è stato il luogo dove ho costruito la mia identità di medico, fatta di metodo, presenza costante. Venezia, invece, è stato il luogo dove ho iniziato a riconoscere l’altra parte di me: quella che ha bisogno di fermarsi, osservare, dare un senso alle cose, trasformarle in paroleE forse è proprio questa alternanza che mi ha permesso di lavorare per quasi vent’anni con la stessa intensità: la disciplina durante il giorno, la poesia alla sera.

. Ma c’è anche qualcosa di più. Qualcosa che non riguarda solo il lavoro. Qualcosa che riguarda la mia famiglia

Ed è proprio in Veneto che è accaduto uno dei momenti più importanti della mia vita, non come medico soltanto, ma come sorella, come donna, come parte di una famiglia. È lì che ho seguito personalmente il percorso di fecondazione assistita di mia sorella. Non da lontano. Non come semplice consiglio. L’ho seguita io, passo dopo passo. Dalla stimolazione ovarica ai controlli ecografici, dalla preparazione al pick-up, fino al laboratorio, insieme alle biologhe con cui lavoravo da anni, con cui avevo condiviso centinaia di cicli, centinaia di attese, centinaia di tentativi. Quella volta però non era una paziente qualunque. Era mia sorella. Era la mia famiglia. Ricordo perfettamente il giorno del transfer. Ricordo il silenzio della sala, la concentrazione, quel momento sospeso che conosco così bene, ma che quella volta aveva un peso diverso. 

Sono stata io a trasferire quell’embrione. Sono stata io a depositarlo nell’utero di mia sorella, con la stessa precisione con cui l’avevo fatto tante altre volte, ma con un’emozione che non avevo mai provato prima. In quel momento non stavo solo facendo il mio lavoro. Stavo accompagnando la mia famiglia verso qualcosa che non sapevamo ancora se sarebbe stato possibile.

Nove mesi dopo ero di nuovo lì. In sala parto. Ancora una volta non solo come medico, ma come parte di quella storia. E quando Emma è nata, sono stata io a prenderla tra le mani. Letteralmente la prima persona al mondo a toccarla. La stessa persona che mesi prima l’aveva posata nell’utero di sua madre quando era ancora un embrione invisibile. 

Poche volte, nella mia vita, ho sentito in modo così chiaro il senso di quello che faccio. In quell’istante si sono incontrate tutte le mie identità: il medico, la sorella, la donna, e forse anche la scrittrice che sarei diventata. Perché quando tieni tra le mani una vita che hai visto nascere due volte — prima in laboratorio, poi nel mondo — capisci che certe storie non puoi limitarle a vivere. Devi anche raccontarle. Il Veneto per me è stato lavoro, responsabilità. È stato amicizia, accoglienza, casa lontano da casa. Ma è stato anche il luogo dove è nata una parte della mia famiglia. E forse è per questo che ogni volta che torno lì, e ogni volta che cammino da sola tra i canali di Venezia, sento che tutto quello che scrivo ha radici anche in quelle stanze, in quei viaggi, in quei giorni.

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