

Giugno 2012: avevo scelto con cura il periodo sapendo di poter godere al massimo il giorno polare, 24 ore ininterrotte di luce. Ma all’ultimo minuto, il gruppo perde alcuni partecipanti e il viaggio viene annullato. Avevo letto e studiato, non volevo perdere l’occasione…e spesso ultimamente mi ero trovata a immaginare un viaggio in solitaria: quale momento migliore. Confermo il mio biglietto e parto da sola.
La Groenlandia vista sul mappamondo sembra un cuore di ghiaccio, ma in estate le sue coste si sciolgono lasciando il posto a un tappeto di muschi e licheni…non ci sono alberi, al massimo qualche cespuglio.
Kangerlussuaq, la città di arrivo, è un posto surreale, sembra quasi un base militare abbandonata e non ti da assolutamente l’impressione di quella Groenlandia letta e immaginata prima del viaggio…ma è fuori dal paese che inizia la meraviglia. Dopo una notte di riposo (notte solo in termine orario perchè si dorme in una stanza con tende completamente oscuranti in cui la presenza di un unico foro fa entrare prepotentemente una luce surreale perpetua che obbliga a dormire con la mascherina, pena, il non farlo, un disorientamento temporale dopo qualche giorno).



Risalendo e costeggiando il fiordo in capo al quale sorge la città si arriva nella regione della calotta polare attraversando il circolo polare artico. Il percorso di trekking a piedi è semplice ma non corto e si impiega una giornata intera…ma il paesaggio che si apre davanti riempie gli occhi di silenzi e pacifica solitudine: le acque del fiordo alimentato dal ghiaccio che si scioglie le piccole case colorate isolate, una timida natura che fiorisce qua e la.…E poi all’improvviso l’imponente muro bianco del fronte della calotta polare si staglia davanti agli occhi sovrastando la terra sottostante: il tetto del mondo. Arrivata sul bordo si trasforma poi in una distesa bianco-azzurro trasparente di ghiaccio su cui lo sguardo si perde…sembra all’infinito…. verso il polo Nord.


Con gli occhi pieni di questa prima meraviglia e la testa che comincia a svuotarsi della frenesia quotidiana un volo interno con i tipici arei rossi della compagnia locale mi trasporta alla volta della Disko Bay, il cuore del mio viaggio. Per la cronaca tutti gli aerei della Greenland Air sono totalmente color rosso per facilitarne il riconoscimento in caso di incidente (bianco sul bianco della calotta di ghiaccio ha purtroppo reso in passato il compito più difficile!!). Già sorvolando la baia lo spettacolo degli iceberg galleggianti nel mare sottostante è meraviglioso…ma arrivati a Ilulissat, il cuore si ferma di nuovo. E’ ‘sera’ (per modo di dire:..il massimo dello scuro a mezzanotte somiglia al crepuscolo della nostra estate) e l’acqua della baia è liscia come l’olio. Dovunque galleggiano iceberg da più piccoli a giganti e ti senti come davanti a un quadro in perenne movimento.




Già sorvolando la baia lo spettacolo degli iceberg galleggianti nel mare sottostante è meraviglioso…ma arrivati a Ilulissat, il cuore si ferma di nuovo. E’ ‘sera’ (per modo di dire:..il massimo dello scuro a mezzanotte somiglia al crepuscolo della nostra estate) e l’acqua della baia è liscia come l’olio. Dovunque galleggiano iceberg da più piccoli a giganti e ti senti come davanti a un quadro in perenne movimento. Le casette in legno colorato del paese sparse e arroccate ognuna con almeno 2-3 cani da slitta in cortile (non è stagione per le slitte adesso ma ovviamente in inverno sono uno dei principali mezzi di trasporto). Gli abitanti del posto, gli Inuit (che tradotto vuol dire semplicemente ‘la gente’) sono persone gentilissime e affabili.


Mi fermo ad osservare un ragazzino che pesca. Il pesce è l’ingrediente principale di tutti i piatti…molti crudi e spesso essiccati…e il pezzo forte è la balena. Avrei voluto avvistare qualche balena ma la stagione per farlo è ai limiti e non ho avuto questo privilegio. In compenso l’architettura locale fa ampia mostra di sculture create con le loro costole.



Navigare tra gli iceberg sotto il sole di mezzanotte è una delle esperienze più poetiche della mia vita. Fa parecchio freddo e non tira un alito di vento. Il mare è piatto e si increspa appena al lento procedere del piccolo peschereccio rosso su cui mi trovo. Il rumore del motore è quasi melodico e ti senti veramente avvolta dal silenzio. Per un attimo la mente fa capolino al pensiero della gelida notte del Titanic. Improvvisamente un fragore….e poi un altro ancora, sembra un tuono e subito dopo un tonfo sordo e uno splash: assistere allo scontro di due grossi iceberg ti lascia stupefatto: emoziona ma non fa paura…ma man mano che la barca procede ti rendi conto che accade di continuo. A volte li vedi avvicinarsi altre no ma senti la collisione delle parti sommerse con un crack, a volte si sfiorano e si sgretolano nel punto di contatto, altre si stacca un pezzo piu grande che cade in mare.



Nei giorni a seguire imparerò a riconoscerne il suono anche dal paese, come un sottofondo a volte musicale per la periodicità con cui avviene. Passeggiando lungo un sentiero in cima alla cittadina mi sedevo spesso di fronte al mare nella pace più assoluta e ascoltavo il silenzio rotto solo dagli iceberg che si scontravano.



Concludo il mio viaggio qualche giorno sull’isola abbandonata di Ataa a circa 4 ore di navigazione dalla Disko Bay. Del vecchio insediamento locale rimangono solo 4 casette in legno colorato e un minuscolo cimitero di croci bianche dei suoi ultimi abitanti…. e tanta natura: le tre giornate passate li trascorrono lente ma divertenti tra trekking intorno l’isola, kayak in mare tra gli iceberg. A un’oretta di navigazione da li raggiungiamo l’Eqip Sermia, il ghiacciaio madre da cui originano tutti gli iceberg dalla baia: ci si può avvicinare fino ad un chilometro di distanza. Il mare si copre progressivamente di una coltre di ghiaccio sbriciolato e diventa una distesa bianca…Ci fermiamo al punto di osservazione e rimaniamo ad osservare: il profilo del ghiacciaio muta in continuazione nell’ora che stiamo li a guardare…in alcuni punti si sbriciola in altri si staccano enormi blocchi che cadono in mare.





Il 2012 è stato l’anno dei miei 40 anni e questo viaggio, il primo da sola dopo tanti fatti e molti ancora da fare, un po mi ha cambiato. Accompagnata dai suoni del silenzio e da giornate infinite e piacevolmente lente, impari a dare importanza al senso del tempo e a come lo si vive…a come tutto muta intorno a noi e a come cambiamo noi.
Il silenzio mi fa spesso pensare all’Infertilità: perchè ci sono silenzi che fanno rumore. Silenzi che assordano più di un urlo. Come quello che segue un test negativo. Un silenzio sospeso, denso, che riempie la stanza e svuota l’anima.
L’infertilità ha i suoi suoni, ma sono suoni muti: il ticchettio dell’orologio biologico che nessuno sente, ma tu sì; il fruscio delle ecografie, dei referti, delle cartelle cliniche che parlano un linguaggio medico, freddo, a volte distante; il tonfo sordo delle speranze che cadono, una dopo l’altra, senza far rumore.
E poi ci sono i silenzi degli altri: quelli che non sanno cosa dire e scelgono di non dire niente; quelli che sviano lo sguardo, cambiano discorso, minimizzano.“Vedrai che succede”, “magari è lo stress”, “almeno siete in due”. Frasi che pesano più del silenzio stesso.
Ma c’è anche un altro tipo di silenzio. Quello che cura. Il silenzio della consapevolezza, dell’ascolto profondo. Il silenzio che permette al dolore di emergere, di essere accolto, nominato, trasformato. Il silenzio che diventa spazio per ricominciare a sperare, a scegliere, a respirare.
Perché anche il silenzio ha voce. E a volte, è proprio lì, in quel silenzio pieno, che comincia il viaggio più autentico verso di sé. Nel silenzio dell’infertilità si può incontrare il proprio dolore, ma anche una forza che non si sapeva di avere. e forse un giorno anche una voce nuova
