

Gennaio 2012: profumo di tabacco e musica per le strade, un viaggio dentro i colori…tra crepe, luce e radici. E’ con quest’immagine nella mente che mi imbarco sull’aereo diretto all’Havana la mattina del 1 Gennaio.
L’anima architettonica di Cuba è un intreccio tra barocco coloniale e neocoloniale, decorato poi dalle influenze moderne del XX secolo — un dialogo tra storia e resistenza, tra pietra e luce tropicale.



All’inizio Cuba mi aveva accolto come una cartolina colorata.
La Habana Vieja scintillava sotto il sole: le Chevrolet d’epoca lucide come giocattoli, i mojito perfetti, le facciate coloniali restaurate risplendevano di azzurri e di rosa per gli occhi dei turisti. Ogni cosa sembrava al suo posto, quasi troppo. C’era musica ovunque, ma era una musica che sembrava suonare per noi, non per loro.
Poi, piano piano, ho iniziato a uscire dai margini della fotografia.
Bastava voltare l’angolo per sentire un’altra melodia, più ruvida, più vera. Le strade si facevano strette, le pareti delle case scrostate, la vita più nuda. Lì non c’erano camerieri sorridenti, ma donne affacciate alle finestre, uomini che aggiustavano biciclette, bambini che correvano dietro a una palla sgonfia.
Lì la musica non era più un’attrazione, ma un linguaggio necessario: un modo per respirare, per dimenticare, per resistere.


La musica. Non c’è strada che percorri che non sia dolcemente pervasa dal son cubano, la radice quella di Buena Vista Social Club, che diffonde delicatamente dalle finestre delle case. La sera invece i ritmi ed il volume salgono con Salsa, Mambo, Rumba… Musica dal vivo ovunque: bar, strade, case private, terrazze. A Cuba non serve un palco per suonare e ballare.





La gente cubana è l’anima dell’isola — calorosa, orgogliosa, resiliente.
Sorridono anche quando la vita è dura, accolgono lo straniero come un vecchio amico, condividono ciò che hanno — anche se è poco — con una naturalezza disarmante.
C’è nei loro gesti un ritmo che sembra seguire la musica che ovunque risuona: il son, la salsa, il bolero.
Negli occhi, una luce vivace, a volte malinconica, come se ogni sguardo racchiudesse una storia di sacrifici e di speranza.
Sono persone abituate a fare molto con poco, a trovare soluzioni creative, a ridere delle difficoltà.
La loro forza non è solo nel corpo, ma nello spirito: una capacità profonda di reinventarsi, di vivere nel presente, di trasformare la mancanza in arte e la fatica in danza.



Le donne cubane sono forti, concrete, indipendenti. Hanno imparato a vivere tra carenze e bellezza, tra orgoglio e quotidiana improvvisazione. Lavorano, studiano, ballano, si prendono cura delle famiglie e delle comunità con una naturalezza che nasce dall’abitudine a cavarsela. un misto di fierezza e ironia, di eleganza spontanea e resistenza silenziosa. Nei loro gesti c’è dignità, nelle parole una schiettezza disarmante, negli sguardi la consapevolezza di chi ha attraversato momenti difficili senza perdere la propria identità. incarnano la capacità di trasformare la mancanza in forza, di vivere con ritmo anche quando la musica si interrompe.




Girando per le vie della capitale cubana mi perdo seguendo la vita giornaliera della gente: una quotidianità semplice, fatta di incontri, suoni e sguardi. Condivisione per gli altri e con gli altri. Lo spirito resiliente di questo popolo è quasi tangibile. Una città che vive a cielo aperto e racconta, nei piccoli gesti di ogni giorno, l’anima autentica di Cuba.






Quello che più mi colpisce è proprio la resilienza della gente: la capacità di adattarsi, inventarsi e reinventarsi….ma anche di fregarsene apparentemente e berci sopra cosi come crederci e rimettersi in gioco. Qualunque sia l’atteggiamento il popolo cubano resiste…e si vede e si sente.





Il tempo all’Avana scorre placido e ci troviamo al tramonto sul Malecòn: una strada di 8 chilometri affacciata direttamente sull’oceano Atlantico che la sera si riempie e diventa magia. Coppie, famiglie, musicisti e ragazzi si siedono lungo il muretto a guardare il sole tuffarsi nel mare. Si ride, si beve, si parla. Il vento salato porta con sé profumo di rum, musica lontana e sogni di un popolo che, nonostante tutto, continua a vivere con leggerezza. Molto più di un semplice lungomare Il Malecón è cuore e frontiera, confine e libertà: un luogo dove si sente tutto il battito dell’Avana, tra malinconia e speranza.


Sotto la luce del tramonto la meravigliosa decadenza dell’Avana e dei suoi edifici sembra ancora più bella trasmettendo un senso di potenza e ancora una volta di forza e resistenza.
Ci avviamo verso la nostra Casa Particular. La Cuba autentica si regge su un’economia di sopravvivenza e ingegno Le case Particular sono le case dei cubani che affittano camere e insieme alle Paladares (ristoranti familiari) sono la vera anima dell’isola. Qui si paga in pesos e si percepisce quanto la vita quotidiana sia una sfida di creatività e resilienza.

Abbiamo trovato un’accoglienza che non si poteva prenotare online. La signora che ci ospitava ci ha offerto il suo caffè più buono, servito in una tazzina sbeccata, e ci ha raccontato del figlio emigrato, della figlia infermiera, della nostalgia che le tiene compagnia come un’ombra gentile. Mi sono accorta che quella semplicità aveva una forza antica: la capacità di trasformare la mancanza in calore umano.
La cena è servita nel salotto a tavola con tutta la famiglia che ci ha accolto come parenti lontani. Non c’era lusso, solo piatti condivisi, mani che si tendevano, risate che riempivano il silenzio. Sapori casalinghi, ingredienti trovati “come si può”, cucinati con passione. Un piatto di Ropa Vieja (manzo sfilacciato in salsa di pomodoro e spezie), Moros y cristianos (riso e fagioli neri, simbolo dell’unione di opposti) e i Tostones (fette di platano fritte due volte).

La mattina successiva salutiamo la ‘nostra famiglia’ e ci dirigiamo verso la prossima tappa del nostro viaggio: la valle di Vinales.
Dopo il caos vivo dell’Avana, il paesaggio cambia: la strada si apre tra campi di tabacco, cavalli, e colline tonde che sembrano sculture, i mogotes, stagliate contro il cielo.
L’aria profuma di terra rossa e foglie essiccate, il cielo è di un blu profondo e il tempo sembra fermarsi e tornare indietro
I contadini, i campesinos, ti accolgono con un sorriso sincero, ti mostrano come si arrotola un sigaro, con la stessa delicatezza con cui si accarezza una storia.





La giornata scorre davvero con i ritmi lenti dei tempi antiche con carretti trainati da cavalli e contadini che arrostiscono in tranquillità la carne sul fuoco


Riemersi dalla valle continuiamo il nostro percorso e approdiamo a Trinidad.
Trinidad è un gioiello coloniale che vive come una poesia sospesa tra il mare e il tempo.
Arrivando, sembra di entrare in un dipinto: case dai colori pastello, strade acciottolate di pietra lucida, porte spalancate da cui esce il profumo del caffè e il suono di una chitarra.
Ogni sera la musica riempie le piazze, le persone ballano, ridono, e l’aria si impregna di rum e di luce calda.






Ancora assonnati dopo la notte di ballo in piazza a Trinidad siamo pronti a immergerci nella storia che rende Cuba famosa nelk mondo con il suo simbolo di sempre: Ernesto Che Guevara.
Santa Clara custodisce il cuore della rivoluzione: il Mausoleo del Che Guevara è un luogo di silenzio e rispetto, ma anche di orgoglio nazionale. Camminando per le sue strade, tra murales e vecchie locomotive, si percepisce la forza ideale che ha plasmato la storia dell’isola.
Il Mausoleo sorge su una collina ampia e spoglia, dove il vento soffia forte e il sole picchia sul cemento chiaro del monumento.

In cima si erge la grande statua in bronzo del Che, alta oltre sette metri: lo sguardo fiero rivolto verso sud, verso l’America Latina che sognava di liberare. Ai suoi piedi si apre la piazza del memoriale, ampia e silenziosa, con bassorilievi che raccontano la battaglia di Santa Clara, l’ultimo atto della rivoluzione del 1958.

Sotto la statua si trova il mausoleo vero e proprio, scavato nella roccia, un luogo raccolto e quasi sacro. Lì riposano le spoglie del Che e dei suoi compagni, riportate a Cuba dalla Bolivia nel 1997. Le luci sono basse, le pareti in pietra grezza, e il silenzio è assoluto — un silenzio che pesa come rispetto.
Accanto, il museo racconta la sua vita con fotografie, lettere, e oggetti personali: il fucile, l’uniforme, il diario.
Fuori, la brezza muove le bandiere cubane e l’aria profuma di tabacco e polvere. È un luogo che non parla solo di morte, ma di idealismo, di coraggio e di una fede incrollabile in qualcosa di più grande di sé.



Carichi, emozionati e pervasi dalla storia del Che saliamo a bordo del nostro furgone alla volta di un altro pezzo della storia cubana e ci fermiamo alla torre di Manaca-Iznaga per un altro pezzo di storia cubana. La torre si alza sottile e fiera tra le piantagioni di canna da zucchero. Alta quasi 45 metri, domina la pianura come un campanile che scruta il tempo. Dalla sua cima si controllavano i campi e — soprattutto — gli schiavi africani che vi lavoravano. Il suono della campana segnava l’inizio e la fine delle giornate, o l’allarme in caso di fuga.

Oggi la torre è un simbolo ambivalente: ricordo di una crudeltà antica, ma anche luogo di memoria e riscatto. Non parla più di dominio, ma di libertà. E nel suo profilo sottile contro il cielo, sembra ancora vegliare — non per controllare, ma per ricordare.


La Canchánchara (spesso chiamata anche chanchanchera nel linguaggio popolare) è la tipica bevanda cubana considerata madre del famoso mojito.
Nata tra i combattenti per l’indipendenza, i soldati cubani cercavano un modo semplice per disinfettare l’acqua e darsi energia: mescolavano aguardiente di canna da zucchero, miele grezzo e succo di lime. Servita in una piccola tazza d’argilla, la bevanda manteneva la freschezza anche sotto il sole dei campi. Oggi si prepara con:
- 2 parti di aguardiente (o rum giovane)
- 1 parte di miele liquido
- 1 parte di succo di lime
- acqua e ghiaccio a piacere
Il risultato è un sapore caldo e ruvido, che profuma di canna da zucchero e di storia.

Prima di far rientro all’Avana la nostra ultima fermata è Playa Giron nella Baia dei Porci. È un luogo dove la bellezza del mare e il peso della storia si incontrano. L’acqua è trasparente, turchese, calma. Ma su quella stessa spiaggia, nell’aprile del 1961, si combatté una delle battaglie più celebri della Guerra Fredda: lo sbarco fallito dei profughi cubani addestrati dagli Stati Uniti per rovesciare Fidel Castro.


Oggi, tra le palme e il canto del mare, resta un piccolo museo della Rivoluzione, con fotografie, divise e vecchi aerei, a ricordare quei giorni.
Eppure, nonostante la memoria di guerra, Playa Girón è un luogo di pace e rinascita: le onde lambiscono la sabbia con la stessa dolcezza di sempre, e i bambini giocano dove un tempo caddero soldati.



Al rientro all’Avana fremo perchè mi aspetta uno dei momenti più emozionanti del viaggio. La Finca Vigía, che significa luogo di osservazione, la casa di Hemingway, si trova poco fuori dall’Avana, tra colline verdi e il canto incessante dei galli. La strada che porta fin lassù sembra condurre in un’altra epoca: case basse, bambini che giocano scalzi, il profumo di terra bagnata dopo la pioggia. Poi, all’improvviso, tra i ficus e i flamboyant, la vedo apparire, bianca, silenziosa, aperta al vento.

Ernest Hemingway arrivò a Cuba nel 1939 e vi rimase per oltre vent’anni. Amava l’isola come si ama una donna: con passione, contraddizione e devozione. Qui trovò rifugio, ispirazione e forse un frammento di pace che gli sfuggiva altrove.
La casa è ancora oggi un santuario sospeso nel tempo dove tutto sembra attendere il ritorno del suo padrone. È come se il tempo si fosse fermato.
Sulla scrivania, la macchina da scrivere Royal è ancora lì, pronta a riprendere un racconto interrotto. Le mensole sono colme di libri ingialliti, sparsi come pensieri lasciati a metà. Sulle pareti, teste di animali e trofei di pesca ricordano le sue avventure africane e le giornate passate a Cojímar, in mare aperto, a inseguire marlin e sogni.Hemingway passava le giornate tra El Floridita, dove sorseggiava il suo daiquiri “sin azúcar”, e La Bodeguita del Medio, dove amava il mojito e la compagnia degli amici cubani. Nelle acque di Cojímar pescava con Gregorio Fuentes, il capitano che ispirò Il vecchio e il mare, romanzo che gli valse il Nobel e che racchiude la sua più profonda connessione con Cuba: la lotta, la solitudine, la dignità dell’uomo di fronte al destino.


Dalla veranda si sente il frinire delle cicale e, in lontananza, l’eco della città.
Hemingway amava scrivere qui, in piedi, osservando il mondo da quella finestra ampia che guardava verso l’Avana. Diceva che a Cuba trovava la libertà che gli mancava altrove: la lentezza, la luce, la gente che ride anche nella fatica.
Nel giardino, sotto il sole, riposa ancora la Pilar, la sua barca amata, come un animale addormentato. E tutto attorno, la natura continua a crescere rigogliosa, come se volesse custodire il segreto di quell’uomo che sapeva ascoltarla.



Ma la Cuba di Hemingway non è solo quella dei bar e del mito letterario: è un luogo di appartenenza emotiva, un’adozione reciproca tra uno scrittore inquieto e un’isola generosa e ferita
L’ultimo pomeriggio, prima di andare in aeroporto per il rientro in Italia, gironzolando sotto gli archi della Plaza Vieja mi sono trovata davanti ad una piccola galleria.


Tra luci dorate e profumo di caffè, mi ha attirata un quadro che il proprietario del negozio mi spiega essere dipinto con polvere di argilla: raffigura una donna inginocchiata, curva su se stessa, il ventre pieno, le mani che proteggono la vita. Il volto non è definito, non ha lineamenti, ma emanava forza, calore, silenzio.
L’ho chiamata Madre Terra.
Rientrata a casa ho deciso di appendere il quadro all’ingresso del mio studio, un pò come un auspicio…un portafortuna.
C’è qualcosa di profondamente arcaico nell’argilla. È una materia che accoglie, che si lascia toccare, che prende forma solo grazie alla cura delle mani. È fragile e forte allo stesso tempo: basta troppa acqua per scioglierla, troppo fuoco per romperla.
Eppure, è da lì che nasce tutto. Il quadro che ho chiamato Madre Terra è più di un simbolo di maternità. È una figura di donna che si genera da sé, che nasce dal contatto con la propria terra interiore. Rappresenta quel momento in cui una donna smette di cercare fuori e comincia a riconoscere dentro di sé la fonte del proprio nutrimento.
Essere madri di se stesse significa proprio questo: ascoltare i propri bisogni come si ascolterebbe il pianto di un bambino, proteggersi nei momenti di fragilità, nutrirsi con gesti di tenerezza e modellarsi ogni giorno, come argilla viva, fino a ritrovare la propria forma. Come l’argilla, anche noi abbiamo bisogno di tempo, di calore e di mani gentili.
Essere madri di sé non vuol dire chiudersi, ma diventare la propria casa — un luogo sicuro dove potersi fermare, respirare, ricominciare. È un atto d’amore silenzioso, ma rivoluzionario: scegliere di essere la persona che non ci abbandona mai.
Madre Terra, con il suo corpo scolpito di crepe e colore, racconta proprio questo:
che la vera maternità non si misura solo nel dare la vita, ma nel saper custodire la propria.
Che ogni donna può essere la culla della sua stessa rinascita,
che dalle ferite può nascere bellezza,
e che ogni crepa, come nell’argilla, lascia entrare la luce.

